
Quaderno secondo/9. L'idealismo. Quando la  ragione pretese di
coincidere con l'Assoluto.
 (Capitolo Quattordici del manuale di L. Ardiccioni, Filosofia, 2,
G. D'Anna, Messina - Firenze. La parentesi dopo la fonte di
ciascuna lettura contiene il rimando alla pagina di questo
volume).
Introduzione. Una filosofia monista.
L'idealismo  un tentativo di spiegare la totalit del reale
partendo da un unico principio: l'idea, l'attivit del logos. Si
tratta quindi di una filosofia monista, che nella storia della
filosofia s'incontra piuttosto raramente. I filosofi hanno quasi
sempre accettato il dualismo fra materia e spirito, fra corpo ed
anima, fra mondo sensibile e mondo intelligibile, fra physis e
lgos, che si impose fin dai tempi  antichi come schema
tradizionale di comprensione della realt.
Fra le rare eccezioni non bisogna dimenticare lo schema trialista
(corpo, anima e spirito), recuperato ultimamente anche da Popper
ed Eccles, che hanno fatto la distinzione fra Mondo Uno, Mondo Due
e Mondo Tre, in cui il Mondo Tre consisterebbe nei prodotti
specifici dello spirito umano, dal linguaggio alla cultura,
all'arte.
Ma il desiderio profondo della ragione  sempre stato quello di
dedurre il tutto da un principio unico, come sembrano indicare gi
i primi filosofi ionici e dopo di loro Platone, Aristotele,
Plotino, fino ai moderni Spinoza, d'Holbach ed altri. Quindi,
nonostante le evidenti difficolt che comporta spiegare la materia
ricorrendo allo spirito (idealismo) o lo spirito ricorrendo alla
materia (materialismo), ogni tanto sono comparsi dei sistemi
monistici, alcuni dei quali di grande potenza teoretica e fascino.
Uno di questi  senza dubbio l'idealismo tedesco.
Se all'uomo d'oggi riesce abbastanza comprensibile un monismo di
tipo materialistico, dati i progressi scientifici che cercano di
dare una spiegazione fisico-chimica dei fenomeni spirituali, pi
difficile da comprendere appare l'altro tipo di monismo, quello
che vuole ricondurre la materia allo spirito, come  appunto
l'idealismo.
E' necessario quindi fare una breve premessa. Abbiamo analizzato
con una certa attenzione come si sia formata la ragione
illuminista. Essa  diventata dapprima la suprema auctoritas, il
giudice di tutta la realt, comprese le cose pi sacre, con tutta
la dignit che questa posizione comporta. Quindi essa  diventata
la luce che scaccia le tenebre, non solo in grado di giudicare
tutta la realt, ma anche di modificarla efficacemente e
radicalmente; in sostanza le sono stati attribuiti caratteri
divini. Infine, con Kant, la ragione aveva scoperto non solo di
essere il legislatore della natura, ma che al suo esterno non vi
era altro che ci che il filosofo tedesco indica come cosa in s,
una non conoscibile "produttrice di sensazioni per il soggetto
gnoseologico".
Il dualismo fra la sfera fenomenica e quella noumenica fu
considerato dai critici di Kant come una sconfitta della ragione,
essendo essa costretta ad ammettere due realt razionalmente
incompatibili (una avvolta nel determinismo e l'altra che postula
necessariamente la libert), sconfitta che si sarebbe trasformata
in una vittoria, anzi in un trionfo, se la filosofia fosse
riuscita a superarlo. Chi si decise risolutamente ad abbattere
questo ostacolo fu J. G. Fichte, il quale dimostr che anche la
cosa in s era prodotta dall'Io, fuori dal quale non rimaneva
dunque pi nulla ( pagine 402-403 e 406-409) Cos nacque
l'idealismo.
Se consideriamo che si era partiti poco pi di cent'anni prima
dalla necessit di ridimensionare le pretese della ragione e di
ancorarla saldamente alla realt empirica, dobbiamo ammettere che
ci troviamo di fronte ad un movimento dialettico interno alla
ragione molto significativo. Passo dopo passo essa non solo si era
posta al di sopra di tutto, ma era arrivata a non riconoscere pi
nulla al di fuori di s. La ragione, o meglio la Ragione, era
diventata l'Assoluto.

G. Zappitello, Antologia filosofica, Quaderno secondo/9.
Introduzione.

Idealismo ed epistme.

Kant era arrivato a dimostrare che se la metafisica  una grande
passione della ragione, tuttavia all'uomo non  dato di
trasformare questa sua passione in una scienza. Il suo discepolo
Fichte fu invece di parere opposto, come suggerisce gi il titolo
della sua opera filosofica pi importante Fondamenti della vera
dottrina della scienza (prima ed. 1794, pi volte riedita). Egli
riteneva che lo scopo della filosofia fosse proprio di essere
scienza (Wissenschaft), ma non una scienza fra le altre, bens la
scienza delle scienze, quella conoscenza con i caratteri
dell'oggettivit e dell'universalit, che sta a fondamento di ogni
conoscenza particolare e che fin dai primi tempi la tradizione
filosofica aveva chiamato metafisica; cos come aveva usato il
termine epistme (scienza) per indicare quel modo di conoscere che
si pone coscientemente al si sopra della dxa (opinione
soggettiva). Quello che il filosofo tedesco aveva elaborato nella
sua opera era dunque un nuovo fondamento per un conoscere di tipo
epistemico, con il quale realizzare una metafisica.
Per comprendere meglio l'essenza del problema, ritorniamo a quando
esso era emerso per la prima volta nella storia della filosofia,
con il sofista Protagora ai tempi della Grecia classica. Egli
aveva affermato che ad ogni lgos si pu contrapporre un altro
lgos , cio che tutto pu essere contraddetto, che la conoscenza
non pu essere che dxa e che il relativismo  insuperabile.
Coloro che non si rassegnarono a questa sconfitta della ragione
con le conseguenze relativistiche e scettiche, s'impegnarono nella
ricerca di un fondamento per un sapere oggettivo, epistemico, in
grado di resistere agli attacchi degli scettici.
Fra di essi vi era Aristotele. Ad un certo punto della sua ricerca
egli ritenne di aver trovato un punto d'appoggio, che parve subito
come una fortezza inespugnabile, in grado di resistere alle
argomentazioni degli scettici, e che fu significativamente
chiamato: principio di non contraddizione. La sua forza stava nel
fatto che per confutarlo era necessario presupporlo: quindi esso
era inconfutabile e la convinzione di Protagora di poter
contraporre ad un lgos un altro lgos, in quanto tutto poteva
essere contraddetto, era errata. Su questo principio di non
contraddizione era possibile poi, utilizzando un metodo corretto
con procedimenti deduttivi che rispettassero pienamente le regole
della logica (come il sillogismo), fondare una conoscenza
epistemica e dimostrare che i sofisti arrivavano a conclusioni
relativistiche solo perch commettevano errori di ragionamento.
Per merito di Aristotele la ragione prese fiducia in se stessa e
fu in grado di elaborare una conoscenza dell'"essere in quanto
essere" e delle "cause prime", cio una metafisica la quale si
presentava come un potente sistema onnicomprensivo (vedi Quaderno
primo/3, Introduzione).
All'inizio dell'epoca moderna, con la crisi della metafisica
aristotelica, la filosofia si era dovuta confrontare di nuovo con
il problema della fondazione dell' epistme per difenderla dal
ritorno del pensiero relativistico e scettico (confronta Quaderno
secondo/3, Capitolo Cinque, Introduzione a Descartes). In
quell'occasione il confronto si era risolto di nuovo a favore di
chi riteneva possibile una conoscenza di tipo epistemico e con la
sconfitta dello scetticismo. Ci avvenne anche per l'apporto del
nuovo metodo che la scienza moderna si era dato e che esercitava
sui filosofi un fascino straordinario. Fu comunque necessario
pagare un alto prezzo, perch da una parte si ebbe una svolta
soggettivistica, con relativo allontanamento della verit dalla
certezza, e dall'altra un appiattimento dell' epistme filosofica
sul metodo della scienza moderna.
Il fondatore dell'idealismo, Fichte, ritenne a sua volta di poter
andare avanti sulla strada tracciata da Aristotele ed arrivare ai
fondamenti della vera dottrina della scienza, tenendo conto dei
risultati a cui erano giunti i filosofi moderni, in particolare
Descartes e Kant. Egli cominci con il notare che il principio
d'identit (A=A), che fa parte del principio di non contraddizione
(identit, non contraddizione, terzo escluso) non era pi adeguato
dopo la svolta soggettivistica cartesiana, che aveva dato il
primato all' ego cogitans. Era necessario ripartire dall' Io,
perch il principio d'identit esiste solo se l' Io lo pone, e
quindi elaborare una nuova logica fondata sull' Io trascendentale.
Fichte mise in evidenza questa nuova logica, cio il movimento
logico-dialettico dell' Io, rivelatosi all'analisi del filosofo
come attivit pura, in grado di porre S e anche ci che  fuori
di S. Questo movimento  caratterizzato da tre momenti (l' Io
pone se stesso, oppone a s un Non Io, oppone a s un Non Io
divisibile ed un Io divisibile) attraverso cui si costituisce la
totalit del reale, perch dopo l'eliminazione della kantiana cosa
in s, nulla  rimasto fuori dall' Io che non sia prodotta
dall'attivit stessa dell' Io (confronta manuale, pagine 406-413).
Era cos delineata la nuova "dottrina della scienza", una nuova
metafisica in piena sintonia con la svolta soggettivistica attuata
dal pensiero moderno. Fichte, d'accordo con Aristotele, non
considerava la metafisica come "ci che sta al di l della fisica"
(perch in questo modo essa si ridurrebbe alla teologia razionale)
ma come scienza (epistme) dell'essere in quanto essere e delle
cause prime. .
La filosofia di Fichte venne poi continuata da Schelling. Dapprima
egli individu nell'intuizione intellettuale e nell'opera d'arte
lo strumento pi adeguato per raggiungere la meta ultima della
ricerca filosofica, cio l'Assoluto, inteso come unit della
filosofia della Natura e dell' Io trascendentale (confronta
manuale, pagine 422-423). Ma dopo il 1801, a partire dall'opera
Esposizione del mio pensiero filosofico, per evitare che
attraverso l'intuizione artistica fosse dato spazio ad elementi
soggettivi (alle illusioni del soggetto), Schelling si rivolse
alla ragione come lo strumento pi adeguato per cogliere la
totalit delle determinazioni ideali e reali all'interno di una
filosofia dell'identit, in cui il diverso viene ricondotto
all'identico.
Quest'attivit della ragione, capace di ricondurre tutto
all'Assoluto, essendo al di sopra di rischi soggettivistici, si
proponeva come epistemica. La filosofia dell'Assoluto (cio in
definitiva la metafisica schellingiana) a sua volta venne indicata
da Schelling come movimento dialettico all'interno dell'Assoluto
stesso, individuata ancora in tre momenti distinti, quello dell'
identit di ideale e reale, quello dell' estraneazione nel
sensibile, nel tempo, nella corruzione, ed infine quello del
ritorno all'unit e quindi all' identit dell'identico e del
diverso.
Chi port al suo pieno compimento il processo di pensiero iniziato
da Fichte fu Hegel. Nella Prefazione alla Fenomenologia dello
Spirito egli afferma quale sia lo scopo che si proponeva di
conseguire come filosofo: La figura autentica in cui la verit
pu esistere  soltanto il significato scientifico [epistemico]
della verit stessa. Ora collaborare affinch la filosofia si
avvicini alla forma della scienza, affinch giunga alla meta in
cui possa deporre il proprio nome di amore del sapere per essere
sapere reale  ci che mi sono appunto proposto. .
Per arrivare alla verit come scienza, cio per raggiungere la
dimensione epistemica della verit, egli affront il problema
esattamente come i suoi predecessori, rifacendosi ai risultati
raggiunti dalla dottrina fichtiana della scienza e dalla filosofia
dell'identit di Schelling. Ma egli individu il fondamento
scientifico del reale e del razionale in un diverso tipo di
movimento dialettico, composto sempre da tre momenti distinti,
tesi, antitesi e sintesi (confronta manuale, pagine 436-437), in
cui il movimento finale della sintesi (aufhebung da aufheben)
riesce, negando e recuperando i due precedenti, ad arrivare a
quella superiore forma di riconciliazione che  propria della
ragione filosofica nel senso pieno del termine.
Sulla dialettica come metodo d'indagine del reale e del razionale
Hegel afferma: Nessuna esposizione pu valere come scientifica
[epistemica], la quale non segua l'andamento di questo metodo [la
dialettica] e non si uniformi al suo semplice ritmo, poich 
l'andamento della cosa stessa. Il passo  tratto
dall'Introduzione alla Scienza della logica, opera che gi nel
titolo, come la stessa Enciclopedia, ricorda la concezione
hegeliana della filosofia come scienza (epistme) e la dialettica
 il metodo per arrivare ad una conoscenza scientifica
(epistemica), perch essa coincide con il movimento stesso della
realt, e quindi della razionalit in quanto, come  noto, per
Hegel ci che  reale  razionale e viceversa (ma ci che non 
razionale non  neppure reale!).
Applicando questo metodo egli giunse ad elaborare uno
straordinario sistema onnicomprensivo in cui sembra concludersi la
stessa storia della filosofia. La capacit del pensiero epistemico
di essere sistematico, affermatasi gi con Aristotele (confronta
Quaderno primo/3, Introduzione)  interpretata da Hegel come
dimostrazione essa stessa di scientificit. Egli afferma infatti
nella Prefazione alla Fenomenologia dello Spirito: La figura
autentica in cui la verit pu esistere  soltanto il sistema
scientifico [epistemico] della verit stessa, e nell'
Enciclopedia delle scienze filosofiche in compendio aggiunge: Un
filosofare senza sistema non pu essere niente di scientifico
[epistemico]; ed oltre che un siffatto filosofare per s preso
esprime piuttosto un modo di sentire soggettivo e, rispetto al suo
contenuto, accidentale. Un contenuto ha la sua giustificazione
solo come momento del tutto, e fuori di questo  un presupposto
infondato o una certezza meramente soggettiva: molti scritti
filosofici si restringono in tal modo ad esprimere soltanto pareri
e opinioni. Coerentemente con l'impostazione epistemica del suo
pensiero, per la quale il vero  l'intero e non pu essere
altrimenti, Hegel elabor il pi completo ed organico sistema
dell'intera storia della filosofia. Esso era talmente perfetto da
poter essere rappresentato graficamente (vedi manuale, pagine 463-
465).
Nell' Enciclopedia, opera in cui il pensiero di Hegel giunse alla
sua piena maturazione, il sistema ormai era completo e perfetto in
ogni sua parte ed il filosofo tedesco pot quindi affermare che il
traguardo, che si era proposto, era da considerarsi raggiunto: la
philosophia era diventata sophia, la conoscenza scienza. Ma se
questo desiderio di raggiungere la sophia  implicito nell'idea
stessa della philosophia, la tradizione filosofica aveva sempre
avuto la consapevolezza che sapiente  solo il Dio, come afferma
Socrate nell' Apologia, cio che il sapere umano  destinato a
rimanere relegato al campo delle congetture, come ci ricordano
Nicola Cusano e, sia pure in modo un po' enfatico, Lessing. Con
Hegel questa consapevolezza venne dialetticamente negata-superata
e la sua filosofia si propose come momento finale e conclusivo di
oltre duemila anni di dibattiti infuocati, di critiche e
controcritiche, di passione per la verit.
Egli aveva dimostrato che l'aspirazione della filosofia a
realizzare un sapere epistemico in grado di comprendere la
totalit del reale con l'uso esclusivo della ragione era giunta al
suo compimento. Ma veramente con questo filosofo finisce la storia
della filosofia? Veramente dopo di lui non c' pi nulla da
comprendere, da cercare, da discutere? nessun traguardo da
raggiungere? L'uomo, giunto in possesso della piena verit, 
diventato come Dio?.
In realt il pensiero hegeliano ha avuto il merito di mettere in
evidenza alcuni aspetti del pensiero epistemico, sui quali fino ad
allora non si era riflettuto a sufficienza. Proprio per il fatto
di essere giunto al suo massimo traguardo (ci che  razionale 
reale e viceversa) esso manifest la tendenza a negare-inverare-
superare il particolare (accidens) all'interno dell'universale
(substantia), il non-razionale all'interno del razionale. Hegel
afferma esplicitamente: La considerazione filosofica non ha altro
intento che quello di eliminare l'accidentale (Lezioni sulla
filosofia della storia). Questa dottrina non era certo nuova, ma
essa si era mantenuta sul piano della logica con la consapevolezza
che il mondo dell'umano non  mai del tutto riducibile alla
razionalit. Nel pensiero di Hegel questa distinzione fra reale e
razionale venne meno e la logica dell'idea divenne anche logica
della realt; di conseguenza il rapporto fra il particolare e
l'universale doveva essere lo stesso in entrambi i campi.
Trasportata nella storia e nella politica, questa dottrina
condusse il filosofo tedesco a considerare gli individui come
inessenziali di fronte allo Stato moderno, che trovava cos
razionalmente giustificate le sue tendenze totalitarie (vedi
Quaderno secondo/9, Capitolo Quattordici/3, Introduzione a Hegel,
Storia e totalit).
Un altro aspetto del pensiero epistemico messo in evidenza dalla
filosofia hegeliana  la dottrina della coincidenza fra l' essere
e il dover essere. Essa favorisce un grande ottimismo (tutto 
sotto il pieno controllo della ragione). Ma se ci che , deve
anche essere cos come , non viene data alla libert che una
dimensione apparente e viene a mancare qualsiasi fondamento
razionale alle speranze dell'uomo, al suo desiderio di
cambiamento. Notevoli sono le implicazioni che questa dottrina ha
nel campo della storia, gi messe in evidenza a proposito della
storiografia illuminista, per la quale ci che appare come non
razionalmente accettabile viene trattato come irrilevante o
addirittura inesistente, favorendo cos interpretazioni arbitrarie
e censure a non finire (confronta Quaderno secondo/7, Introduzione
all'Illuminismo).
Proprio perch il sistema hegeliano mette particolarmente in
evidenza questi aspetti del pensiero epistemico, che ci rivelano
la sua natura profonda, esso pone in primo piano il problema delle
responsabilit del filosofo e dell'intellettuale in generale.
Inoltre esso ci ricorda che il rapporto tra philosophia e sophia,
fra razionalit e libert, fra la totalit e l'individuo rimane di
non facile soluzione. Gi lo stesso Schelling, dopo il periodo
iniziale, aveva ritenuto necessario un profondo ripensamento della
filosofia idealista e del sistema hegeliano ed aveva posto
significativamente al centro della sua riflessione filosofica il
problema della persona, della libert e del male (vedi Quaderno
secondo/9, Capitolo Quattordici/2, Introduzione a Schelling).
